2024-2025 Momenti Importanti

21 aprile 2024… Incontro con Kairos e le famiglie del gruppo.

“Accompagnare nell’affido: un progetto che mette al centro il cuore e la competenza”
L’incontro del 21 aprile 2024 ha rappresentato un momento di riflessione e approfondimento sul progetto Kairos, nato dall’intuizione di voler accompagnare in modo concreto e costante le famiglie che si approcciano all’esperienza dell’affido.
Uno degli elementi distintivi del progetto è la volontà di garantire un supporto continuo, 365 giorni all’anno, 24 ore su 24, attraverso un sistema di reperibilità e assistenza, anche per la gestione di eventuali emergenze. Non si tratta solo di rispondere nei momenti critici, ma di essere presenti anche nelle piccole difficoltà quotidiane, quelle che, se ignorate, possono portare a un progressivo scoraggiamento e aumentare il rischio di fallimento dell’esperienza.
È emersa con forza la necessità di individuare figure di riferimento stabili – professionisti e supervisori – che possano accompagnare le famiglie lungo tutto il percorso di affido. In particolare, il supervisore Marco Chistolini ha sottolineato quanto la preparazione e il sostegno siano fondamentali, poiché “nell’affido spesso manca una vera professionalità”: i bambini e le famiglie vanno preparati, sostenuti e accompagnati in modo competente e umano
Tra gli interventi più significativi, Agnese Cheli, psicologa oggi in pensione, ha sottolineato il valore del percorso proposto da Kairos come un vero cammino nell’etica delle relazioni umane, dove al centro c’è l’ascolto, la presenza e la costruzione di legami veri. Le sue parole hanno restituito la percezione chiara che nel progetto Kairos c’è cuore, oltre che metodo. Per molti, ciò che viene proposto sembra quasi “fantascienza”, per la sua completezza e per la visione innovativa, ma proprio per questo è considerato un progetto inviolabile: un esempio di come si possa fare formazione e accompagnamento sull’affido in modo autentico e trasformativo.
Infine, si è evidenziato come il modello Kairos consenta non solo di garantire un maggior benessere ai bambini accolti nelle famiglie, ma anche di ridurre i costi sociali, spostando il centro dell’intervento dalle comunità residenziali a un sistema di supporto familiare diffuso e condiviso, realizzato in collaborazione con i servizi territoriali.
Un progetto che rende l’affido una scelta sostenibile e concreta, tanto per le famiglie quanto per l’intera comunità.

15 dicembre 2024…incontro per le famiglie del gruppo.

Tema: “Accogliere è una scelta di vita”

“Mi sentivo sbagliato, giudicato. Avevo solo bisogno di essere accettato.”
Con queste parole si è aperta una delle testimonianze più toccanti dell’incontro. L’esperienza dell’affido ha risposto non solo al bisogno del bambino, ma anche a quello dell’adulto: di sentirsi “normale”, di poter amare ed essere parte di un progetto più grande. L’accoglienza, per molti, è stata l’occasione per sperimentare la paternità e la maternità in un modo nuovo, travolgente, trasformativo.
“Questa esperienza ha cambiato il nostro modo di vederci. Ci ha costretto a fidarci di figure istituzionali, spesso con fatica, ma anche con riconoscenza.”
L’accoglienza ha condizionato profondamente la vita delle famiglie, ha gratificato un bisogno di dare, e ha portato trasformazioni che hanno coinvolto tutti: genitori, figli naturali, figli affidati. Alcuni genitori hanno ammesso di aver iniziato questo cammino spinti dal desiderio dell’altro, pieni di domande, talvolta di dubbi. Ma tutti hanno riconosciuto di aver compreso, strada facendo, il valore profondo dell’accogliere.
“Mi sono reso conto che anche mia figlia biologica, in fondo, mi è stata affidata. È un’esperienza che ha arricchito tutta la nostra famiglia.”
Accogliere è davvero una scelta di vita. Chi vive questa esperienza la sente totalizzante, ricca di senso e complessità. È un percorso fatto di domande, emozioni, difficoltà, ma anche di crescita profonda.
“Accogliere vuol dire dare un futuro, ma tenendo ferme le radici.”
“I nostri figli, naturali e affidatari, devono poter contare su un ‘dopo di noi’.”

La fragilità del bambino in affido è una realtà viva: spesso si esprime nella ricerca della propria identità, nell’essere percepiti come diversi, anche a scuola, specie se di etnia differente. La sfida per le famiglie è quella di rinforzare l’autostima dei bambini, sostenerli nelle difficoltà quotidiane, dilatare il cuore e usare ogni energia perché possano realizzarsi pienamente.

“Le loro fragilità sono diventate le nostre ricchezze. È stato difficile, ma anche gioioso. Abbiamo trovato una forza nuova, una serenità che nasce dal vederli felici.”
Molti hanno raccontato del primo approccio all’affido attraverso esperienze più leggere, come il diurno, fino ad arrivare all’accoglienza residenziale, con bambini come Antonio, di 4 anni e mezzo, il cui arrivo è stato inizialmente complesso anche per i familiari più stretti. Ma lavorare sulle emozioni, giorno per giorno, ha fatto emergere un senso profondo.
“Non lo faccio per me, lo faccio per loro. I saluti sono difficili, ma sono la prova che dei passi avanti sono stati fatti.”
Le famiglie hanno evidenziato anche le difficoltà nella relazione con i servizi sociali, non sempre semplici. Alcuni rifarebbero tutto per la ricchezza vissuta, altri sono più titubanti per via delle dinamiche istituzionali. Ma una cosa è chiara:
“Non li abbiamo mai sentiti come estranei. Sono sempre stati parte di noi.”
Un elemento molto significativo emerso è stata l’esperienza del gruppo: la partecipazione a momenti di confronto ha aiutato a comprendere meglio le tante sfaccettature dell’accoglienza. È lì che si è sperimentata una vicinanza solidale, una condivisione autentica.
“Accogliere significa accogliere non solo i bambini, ma anche le loro famiglie. Aiutarli a inserirsi nella società, capire i loro bisogni reali. È una grande gioia.”


Infine, è stata presentato il progetto “Accolgo”, nato a Santa Maria Maddalena in collaborazione con Caritas Diocesana: un progetto “in canonica” dedicato all’accoglienza di famiglie in difficoltà abitativa o socio-economica, con attenzione anche alla dimensione lavorativa e relazionale.
“Abbiamo voluto dare a chi non ha avuto la possibilità, un luogo in cui sentirsi a casa, senza giudizio. Una speranza per ripartire. L’attenzione agli ultimi è la nostra motivazione.”
Il progetto ha visto progressi importanti, nonostante la fatica dei distacchi e la complessità dei percorsi. Ci si è dati obiettivi, costruiti progetti abitativi e sociali, e si è scelto di camminare insieme.
In conclusione, l’affido non è solo un gesto di generosità, ma una vera esperienza trasformativa, che chiede impegno, apertura, e una comunità pronta a sostenere chi accoglie.
“Accogliere è sacrificio, ma anche bellezza. È vedere la felicità negli occhi degli altri. È mettersi in gioco, ogni giorno.”

30 marzo 2025… incontro per le famiglie del gruppo

Tema: “La condivisione che rigenera“.

Questa mattina si è svolto un nuovo momento di condivisione tra le famiglie aperte all’accoglienza. L’incontro ha rappresentato, ancora una volta, un’occasione preziosa per mettere in comune emozioni, riflessioni e vissuti legati all’esperienza dell’affido.
“Il cuore si rigenera” – è stata una delle immagini più forti emerse nel dialogo. Ogni volta che si accoglie un bambino, si dona un pezzo della propria vita. E poi, inevitabilmente, arriva il momento del distacco. Ma quel bambino porterà con sé ciò che ha ricevuto: amore, presenza, stabilità. Sapere che lui o lei potrà costruire la propria storia anche grazie a quel pezzo di vita donato è ciò che dà senso e forza all’accoglienza.
Il dolore del distacco è reale, concreto, talvolta struggente. Ma con il tempo si trasforma, si sedimenta, si comprende. Ciò che resta è la consapevolezza di aver fatto del bene, di aver contribuito a un percorso di crescita e di rinascita.
Molti hanno testimoniato come, anche dopo anni, i ragazzi continuino a far parte della loro vita, restando in contatto, cercando un consiglio, una presenza familiare. Le famiglie continuano a essere un riferimento affettivo importante.
È emersa anche con forza l’importanza del gruppo, vissuto come un “materasso di sicurezza”, un luogo morbido su cui atterrare. L’inizio dell’esperienza, infatti, spesso non è guidato da una razionalità perfetta: si parte con emozione, con coraggio, e talvolta con paura. Far parte di un gruppo permette di sentirsi meno soli, di confrontarsi, di riflettere insieme, e soprattutto di normalizzare la paura: perché è giusto averne, fa parte del processo.
Per le nuove coppie entrate nel gruppo di recente, questo scambio è stato particolarmente significativo. Le testimonianze delle famiglie più “esperte” hanno aiutato a fare chiarezza, a dare forma e senso alle tante domande e incertezze iniziali. Non esiste un manuale che spieghi come comportarsi nei primi passi dell’accoglienza, ma il racconto degli altri può diventare uno strumento potente per prepararsi e sentirsi accolti a propria volta.
Accogliere significa anche imparare a camminare insieme, accompagnarsi nel tempo, e lasciare che la propria esperienza diventi supporto e luce per altri. L’incontro si è concluso con un sentimento comune di gratitudine, e con la consapevolezza che ogni gesto d’amore – anche breve – lascia un segno duraturo.

Quì sotto riportiamo del materiale molto utile per riflette su come la società a fasi alterne considera il servizio che le famiglie affidatarie e i servizi sociali svolgono per la salvaguardia e la tutela dei minori, diciamo una lettura magari non da vacanza, ma che coinvolge tutti noi che spesso abbiamo cuori e orecchie che non sentono. https://www.avvenire.it/famiglia/pagine/non-siamo-quelli-che-portano-via-i-bambini-dai-loro-genitori

Sempre quì sotto riportiamo un’altra lettura interessante, una testimonianza forte di come si può essere strumento di bene per gli altri. Per fortuna a volte succedono cose impensabili, dove chi ha ricevuto tanto sente il bisogno di restituire, donando a qualcun’ altro quanto ha ricevuto, per alimentare con la propria vita quella catena dell’amore che continua a generare vita in chi lo riceve. https://www.avvenire.it/attualita/pagine/la-ragazza-eritrea-che-e-stata-accolta-ora-ha-adottato-un-bimbo

6 giugno 2025…. “Accoglienza” Dare un Futuro, Offrire una Famiglia: Adotta Accogli Ama

“Stare in relazione: un tema fondamentale per affido e adozione”

Stare in relazione è l’argomento che il dott. Marco Chistolini ha approfondito all’interno del convegno organizzato dall’AULSS5 lo scorso 6 giugno. Relazione come occasione di sensibilizzazione, non è solo un bisogno umano, ma una vera e propria necessità, tanto essenziale quanto il cibo. Le relazioni nutrono la nostra mente, il nostro cuore, e plasmano chi siamo. Lo sappiamo per esperienza, ma anche la ricerca psicologica e neuroscientifica lo conferma: il contesto relazionale in cui cresciamo incide profondamente sul nostro sviluppo psicologico e neurologico, sulla nostra personalità, sul modo in cui regoliamo le emozioni e costruiamo un’immagine di noi stessi, degli altri e del mondo.

Affido e adozione sono prima di tutto esperienze relazionali. Per molti bambini, sono la prima occasione per sperimentare relazioni buone, autentiche, sicure. Questo è fondamentale: perché le conseguenze della mancanza di una relazione significativa possono essere molto gravi. Bambini che non sono stati protetti, che hanno vissuto in famiglie fragili o in ambienti privi di una rete relazionale solida, arrivano a noi con ferite profonde. E spesso le stesse famiglie affidatarie o adottive affrontano grandi fatiche perché prive a loro volta di un supporto adeguato.

Non è importante che tipo di famiglia si tratti – coppie, single, famiglie allargate – ciò che conta è la qualità della relazione che si è in grado di offrire. Una relazione capace di accogliere, ascoltare, accompagnare. Una relazione che non si fonda sul possesso, ma sull’appartenenza. I bambini hanno bisogno di sapere su chi possono contare, su quali legami costruire una base sicura.

L’adozione e l’affido non sono semplici atti di generosità: sono vere e proprie esperienze di impegno civile. Come chi si mette a disposizione della collettività durante un’emergenza naturale, così la famiglia adottiva o affidataria si mette al servizio di una vita in ricostruzione. Ed è proprio questo il punto: questi bambini hanno bisogno di tempo, pazienza e dedizione per poter ricostruire la loro identità.

Una ricostruzione che non può avvenire senza il riconoscimento del proprio passato. È fondamentale garantire continuità, aiutare il bambino a integrare le diverse parti della propria storia. Non possiamo pensare che basti “ricominciare da capo”: perdere pezzi della propria vita significa perdere pezzi di sé. Anche questo va detto con chiarezza: raccontare la verità sulla propria origine è un atto d’amore e di rispetto.

Infine, c’è un ingrediente cruciale per il benessere dei bambini adottati o affidati: la continuità affettiva. Un bambino ha bisogno di relazioni significative e stabili, ha bisogno di sapere che c’è qualcuno che ci sarà, sempre. L’appartenenza si costruisce così, nella quotidianità di un legame che non si spezza, ma accompagna.

Per questo motivo, le famiglie non vanno lasciate sole. Hanno bisogno di essere sostenute, accompagnate, aiutate a coltivare relazioni sane, sia dentro che fuori la famiglia. Solo così l’affido e l’adozione possono diventare veramente occasioni di crescita e di trasformazione: per i bambini, per le famiglie, e per l’intera comunità.

14 giugno 2025… Cittadella PD “Don Oreste Benzi” testimone e profeta per le sfide del nostro tempo.

Un pomeriggio insieme per ricordare don Oreste Benzi nel centenario della sua nascita, le comunità dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, hanno organizzato una serie di eventi all’interno della struttura del patronato Pio X, una tavola rotonda con ospiti illustri, in parallelo dei laboratori che riprendevano le tematiche trattate dagli ospiti nella tavola rotonda, visti con gli occhi dei numerosi bambini presenti, la celebrazione della Santa Messa, un momento di condivisione con la tipica formula porta e offri, e per concludere uno spettacolo di teatro-danza “Custodi di un dono” portato in scena dalla compagnia teatrale “Le Semense”.

Attraverso l’arte teatrale impreziosita dalla danza hanno ripercorso alcune tappe e momenti di dialogo importanti della storia di don Oreste, alcuni attori (per diletto) conducevano una narrazione che si compenetrava alla rappresentazione danzante di attori e ballerini diversamente abili, con il risultato di un messaggio forte che voleva stimolare la sensibilità e il pensiero dei presenti: siamo tutti chiamati alla conversione e alla responsabilità personale, perché ognuno detiene il bene dell’altro.

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